Breaking Together – Rise As One: quando la pratica diventa comunità educativa.

Breaking Together – Rise As One: quando la pratica diventa comunità educativa.

In una fase storica in cui il breaking viene sempre più assorbito da logiche sportive, performative e competitive, ci sono iniziative che devo essere raccontate, perchè esempio e lezione. Iniziative come Breaking Together – Rise As One rappresentano un ritorno consapevole ai principi fondanti della cultura hip hop: costruzione di comunità, trasmissione orizzontale del sapere (each one teach one), centralità della persona prima della performer, rispetto reciproco come fondamento della convivenza e ricerca di una knowledge of self intesa come consapevolezza identitaria. Il progetto ideato da una delle bgirl più rappresentative della scena italiana, Alessandrina, che ha riunito 46 bgirls provenienti da tutta Italia per due giorni di convivenza, allenamento, confronto e condivisione, si configura come un’esperienza educativa informale in cui il valore non è determinato dalla prestazione, ma dalla qualità delle relazioni costruite.

La genesi del progetto: un’idea “freestyle” radicata nei valori hip hop

L’idea nasce in modo non pianificato, quasi istintivo, come la stessa Alessandrina racconta: un’intuizione maturata “freestyle”, senza una progettazione strutturata alle spalle. Il seme del progetto si sviluppa dopo un viaggio in Uganda, esperienza che ha avuto un forte impatto umano: un contesto in cui il dare e il ricevere si sono intrecciati in modo profondo, riattivando una riflessione sul valore dello scambio, della relazione e del vivere insieme i principi dell’hip hop come pratica di vita. Il riferimento ai valori hip hop non è retorico, ma fondativo: l’idea era quella di creare un progetto di più giorni senza premi, senza obiettivi competitivi, senza finalità di vittoria, ma per il piacere di stare insieme, aiutarsi a vicenda e crescere collettivamente.

Questa scelta si colloca in continuità con la funzione originaria dell’hip hop come dispositivo culturale e sociale: uno spazio in cui la pratica artistica è strumento di relazione, non semplice mezzo di affermazione individuale. In questo senso, l’evento si pone come spazio di “pace” nel significato profondo della cultura hip hop: trasformare l’energia agonistica in confronto costruttivo e coesione comunitaria.

La scena italiana come capitale umano e culturale

L’esperienza di viaggio di Alessandrina le ha permesso di osservare la scena internazionale del breaking femminile e di maturare una consapevolezza precisa.

Dal suo punto di vista, l’Italia si distingue per qualità e quantità di bgirls, collocandosi tra le realtà più rilevanti del panorama europeo e mostrando un livello di crescita e potenziale che la pone in dialogo con i contesti internazionali più avanzati, come Giappone e Cina, pur mantenendo ancora un margine di sviluppo rispetto a queste scene di riferimento.

Tuttavia, questa ricchezza rischia di rimanere frammentata. Alessandrina osserva come l’unità esista spesso a “gruppetti”: micro-comunità forti al loro interno, ma poco connesse tra loro. Da qui nasce la necessità di progettualità orientate a creare connessioni trasversali, spazi comuni di riconoscimento e motivazione reciproca, capaci di superare l’isolamento dei singoli percorsi.

Questa prospettiva restituisce al breaking una funzione culturale: non solo ambito di eccellenza tecnica, ma luogo di produzione di capitale umano e relazionale, in cui l’identità collettiva viene coltivata intenzionalmente.

Contro l’isolamento performativo: allenarsi insieme per non perdere il senso

Un nodo centrale nella riflessione di Alessandrina riguarda la tendenza, soprattutto tra le nuove generazioni, a concepire la crescita esclusivamente come percorso individuale: allenarsi da soli, spingersi oltre i propri limiti in modo isolato, con l’idea che la performance sia l’unico parametro di valore. Questa impostazione, pur riconoscendo l’importanza dell’impegno personale, rischia di impoverire la dimensione culturale del breaking e di smarrire ciò che ne costituisce il senso più profondo: il carattere, la relazione, gli elementi identitari che contraddistinguono una scena e una comunità.

Il progetto nasce anche come risposta a questo: creare uno spazio in cui la crescita tecnica non sia separata dalla crescita umana, in cui il miglioramento individuale sia inscritto dentro una cornice relazionale che valorizza l’incontro e la cooperazione.

Un progetto costruito dal basso: promessa, responsabilità e comunità

La dinamica di nascita del progetto è essa stessa espressione dei valori che l’evento ha incarnato. Alessandrina racconta come, tra il pensare l’idea e il pubblicarla sui social, sia passato un solo giorno. Una volta lanciata, la promessa andava mantenuta. Nonostante non avesse mai organizzato un evento in precedenza e non avesse “la più pallida idea” di come concretizzarlo, ha scelto di prendersi la responsabilità di portarlo a termine nel migliore dei modi, proprio perché, nelle sue parole, “se faccio una cosa, la devo fare bene”.

La costruzione dell’evento è avvenuta attraverso un processo collettivo: confronti continui con le altre, richieste di consigli, condivisione delle decisioni. L’idea non è rimasta un progetto individuale, ma si è “plasmata su di noi”, diventando espressione della comunità stessa. Già nella fase iniziale, molte bgirls hanno aderito “a scatola chiusa”, senza conoscere i dettagli organizzativi. Questo atto di fiducia reciproca ha rappresentato un primo, fondamentale collante relazionale, che ha permesso poi di gestire concretamente il progetto con maggiore solidità.

“Each one teach one”: trasmissione orizzontale e pedagogia informale

Durante l’esperienza si è attivata in modo spontaneo una dinamica di trasmissione orizzontale del sapere. Il principio hip hop di each one teach one si è tradotto concretamente in una circolazione di competenze, esperienze e visioni: le più giovani hanno potuto dare consigli alle più esperte e viceversa, rompendo gerarchie implicite e attivando una pedagogia informale basata sul riconoscimento reciproco. Dal punto di vista educativo, questo modello favorisce apprendimenti che vanno oltre la tecnica: capacità di ascolto, responsabilità verso il gruppo, riconoscimento dell’altro come risorsa.

Dalla frammentazione alla comunità reale

Il processo relazionale sviluppatosi durante il weekend mostra come la comunità non sia un dato, ma una costruzione. Dai gruppi iniziali, spesso determinati da età o legami preesistenti, si è passati progressivamente a una rete di relazioni più ampia e inclusiva. Il momento simbolico dell’ultimo allenamento libero – gruppi separati che confluiscono spontaneamente in un unico grande cypher – rappresenta la sintesi visiva di questo passaggio: dall’io al noi, dalla frammentazione all’unità. Non come annullamento delle differenze, ma come loro composizione dentro una cornice comune di senso.

Knowledge of self, identità e appartenenza

Il focus esclusivo sulle bgirls assume una valenza che non è solo organizzativa, ma culturale. La cultura hip hop ha sempre posto al centro il tema della knowledge of self, ovvero la costruzione consapevole della propria identità all’interno di un contesto collettivo. Creare uno spazio in cui le bgirls possano riconoscersi, confrontarsi e rispecchiarsi contribuisce a rafforzare processi di auto-rappresentazione e legittimazione.

In una scena che ancora oggi viene percepita come prevalentemente maschile, questo tipo di esperienza svolge una funzione educativa e politica: rende visibili modelli alternativi, produce senso di appartenenza e contribuisce a ridefinire l’immaginario del breaking come spazio realmente plurale. Non si tratta di contrapporre un genere all’altro, ma di riequilibrare una narrazione e di creare condizioni più eque di accesso, espressione e riconoscimento.

Il breaking come spazio di formazione umana

Breaking Together – Rise As One mostra come il breaking possa funzionare come dispositivo di formazione umana: non solo allenamento del corpo, ma educazione alla relazione, alla responsabilità reciproca, alla costruzione di legami significativi. La dimensione tecnica non viene negata, ma collocata dentro una cornice etica e culturale che restituisce al breaking il suo statuto di pratica trasformativa.

Verso una responsabilità culturale della scena

Progettualità come Breaking Together – Rise As One indicano una direzione possibile per il futuro della scena: non una negazione degli spazi competitivi o istituzionali, ma un loro bilanciamento attraverso esperienze che rimettano al centro la dimensione culturale, educativa e comunitaria del breaking. In questo senso, l’eventuale seconda edizione non rappresenta solo una replica, ma l’opportunità di consolidare una pratica che restituisce senso trasmettere cultura hip hop oggi.

La responsabilità non è solo individuale, ma collettiva: riconoscere il valore di queste iniziative significa prendersi carico di una visione del breaking come spazio di formazione umana, trasmissione culturale e costruzione di comunità. È in questo equilibrio tra tecnica, cultura e valori che il breaking può continuare ad essere non solo una disciplina, ma una pratica viva e trasformativa.

Perchè  aziende dovrebbero investire in umanità: una responsabilità politica prima che economica.

Non è semplice e banale organizzare eventi di questa portata e sarebbe importante che aziende supportino iniziative simili. Investire in iniziative come Breaking Together – Rise As One non per ottenere visibilità, ma per assumersi una responsabilità reale nei confronti della società in cui operano. In un sistema economico che tende a ridurre ogni esperienza a prodotto e ogni relazione a valore di scambio, scegliere di sostenere progetti che mettono al centro la crescita umana, l’educazione informale e la costruzione di comunità rappresenta una presa di posizione politica nel senso più profondo del termine. Significa rifiutare l’idea che l’unico criterio di legittimità dell’azione economica sia il profitto e riconoscere che le imprese contribuiscono, nel bene e nel male, a modellare immaginari, comportamenti e priorità culturali.

Investire solo in format ad alta esposizione mediatica o in eventi orientati esclusivamente alla competizione rafforza un modello culturale che premia la performance a scapito della formazione dell’individuo. Al contrario, sostenere esperienze che producono consapevolezza, appartenenza, responsabilità collettiva e cura delle relazioni significa investire in capitale umano e sociale. Non si tratta di beneficenza, né di operazioni di facciata: è una scelta etica e politica su che tipo di società si vuole contribuire a costruire. In questa prospettiva, finanziare iniziative che aiutano a formare persone più consapevoli, autonome e solidali dovrebbe essere una delle priorità di chiunque abbia potere economico e capacità di incidere sui contesti culturali.

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