Siamo stati al World kidz breaking champion a supporto della compagine italiana e siamo tornati da Lubiana con due sensazioni molto diverse tra loro.
Da una parte l'entusiasmo per aver assistito a uno degli eventi giovanili più importanti al mondo. Dall'altra una serie di domande che riguardano non soltanto il breaking, ma più in generale il modo in cui la nostra società guarda all'infanzia, alla competizione e al successo.
Il World Kidz Breaking Champion rappresenta oggi un punto di riferimento internazionale per le nuove generazioni del breaking. Centinaia di giovani breaker provenienti da ogni parte del mondo, una macchina organizzativa imponente, un contesto professionale, una partecipazione internazionale straordinaria e un livello tecnico che in alcune categorie ha raggiunto standard difficili da immaginare soltanto pochi anni fa.
Chiunque abbia assistito alle battle di Lubiana non può che riconoscere la qualità del lavoro svolto dagli organizzatori.
Ma proprio osservando un evento di questo livello emergono alcune riflessioni che meritano di essere affrontate.
Il rammarico di chi sa che in Italia sarebbe possibile
La prima riflessione riguarda il nostro Paese.
Guardando ciò che è stato costruito a Lubiana è impossibile non provare un certo rammarico.
Non perché in Italia manchino persone capaci di organizzare eventi di questa portata.
Non perché manchino insegnanti qualificati.
Non perché manchino ballerini di livello.
Non perché manchi una comunità.
Negli ultimi vent'anni il breaking italiano ha dimostrato di possedere competenze, passione e professionalità sufficienti per realizzare manifestazioni di livello internazionale.
Quello che spesso manca è il supporto economico necessario per trasformare le idee in progetti di grande respiro.
E qui entra in gioco una riflessione più ampia.
Viviamo in un Paese nel quale istituzioni, enti pubblici e amministrazioni sono spesso pronti a investire risorse considerevoli per promuovere messaggi di inclusione, partecipazione giovanile, integrazione e crescita sociale.
Obiettivi che condividiamo pienamente.
Eppure raramente vediamo questi investimenti sostenere concretamente realtà che ogni giorno lavorano proprio in quella direzione.
Il breaking rappresenta uno dei contesti educativi e aggregativi più efficaci che esistano. Mette insieme ragazzi di provenienze diverse, favorisce l'inclusione, sviluppa autonomia, responsabilità, creatività e capacità relazionali.
Eppure continua a ricevere attenzioni e risorse decisamente inferiori rispetto all'impatto reale che genera sui territori.
Guardando Lubiana viene spontaneo chiedersi cosa potrebbe diventare il breaking italiano se esistesse una maggiore volontà politica e istituzionale di investire in progetti di questa natura.
Il livello tecnico è impressionante
Il secondo pensiero riguarda ciò che abbiamo visto sul floor.
Il livello raggiunto dai giovani breaker è semplicemente impressionante.
Power moves eseguite con precisione, musicalità, capacità di gestione della battle, preparazione atletica e presenza scenica.
In alcune categorie era difficile ricordarsi che sul palco ci fossero bambini.
Ed è proprio qui che nasce la domanda più importante.
Perché accanto all'ammirazione abbiamo visto anche altro.
Abbiamo visto bambini uscire dal cerchio in lacrime.
Abbiamo visto bambini incapaci di accettare appieno un risultato negativo.
E abbiamo visto, in alcuni casi, adulti vivere quelle battle con una tensione che sembrava andare oltre il semplice sostegno educativo.
Naturalmente ogni famiglia ha la propria storia e ogni situazione è diversa.
Tuttavia, osservando l'evento nel suo complesso, è stato impossibile non interrogarsi sul ruolo degli adulti all'interno di questi percorsi.
Perché quando un bambino di nove o dieci anni vive una sconfitta come una tragedia personale, la domanda che emerge è inevitabile.
Quel risultato conta davvero così tanto per lui?
Oppure conta soprattutto per gli adulti che lo circondano?
Il prestigio è del bambino o dell'adulto?
Questa è probabilmente la domanda più scomoda.
Quando un bambino partecipa a eventi internazionali, accumula titoli, viaggia per il mondo e costruisce una reputazione competitiva, chi sta realmente inseguendo quel prestigio?
Il bambino?
Oppure il genitore, l'insegnante, la scuola, il team o l'ambiente che lo circonda?
È una domanda difficile perché nessuno mette in dubbio la buona fede della maggior parte degli adulti coinvolti.
Tutti vogliono il bene dei propri ragazzi.
Ma la storia dello sport è piena di situazioni nelle quali le aspettative degli adulti finiscono, inconsapevolmente, per diventare il peso che i bambini devono portare sulle proprie spalle.
E allora vale la pena fermarsi un momento e porsi una domanda molto semplice.
Se potesse scegliere liberamente, cosa preferirebbe un bambino di nove o dieci anni?
Passare il sabato pomeriggio a una festa di compleanno insieme ai propri coetanei?
Giocare con gli amici?
Inventare giochi, scherzare e vivere esperienze tipiche della sua età?
Oppure trascorrere il weekend in un contesto dominato quasi esclusivamente da competizione, prestazione e aspettative adulte?
La risposta appare meno scontata di quanto sembri.
La professionalizzazione dell'infanzia
Osservando alcune categorie del World Kidz Breaking Champion emerge un fenomeno ormai diffuso in molte discipline sportive.
La professionalizzazione dell'infanzia.
Allenamenti frequenti.
Programmazione fisica.
Viaggi internazionali.
Competizioni frequenti.
Tutto questo può certamente produrre bambini estremamente preparati.
La domanda è se rappresenti davvero il miglior ambiente possibile per la loro crescita.
La letteratura scientifica internazionale invita alla prudenza.
L'American Academy of Pediatrics ha evidenziato come la specializzazione precoce possa aumentare il rischio di burnout, stress psicologico, perdita della motivazione intrinseca, abbandono sportivo e problematiche emotive nel lungo periodo.
Lo stesso documento sottolinea che la diversificazione delle esperienze durante l'infanzia favorisce uno sviluppo più equilibrato dal punto di vista fisico, cognitivo, sociale ed emotivo.
Un concetto particolarmente interessante espresso dagli studiosi è che la crescita del bambino non dovrebbe essere valutata esclusivamente attraverso la prestazione.
Per svilupparsi in modo armonico un bambino ha bisogno di esperienze differenti, contesti differenti e relazioni differenti.
Ha bisogno di giocare.
Ha bisogno di sperimentare.
Ha bisogno di sbagliare senza che ogni errore venga immediatamente trasformato in una sconfitta.
E ha bisogno anche di una cosa che sta diventando sempre più rara: annoiarsi.
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che oggi i bambini hanno ben pochi momenti per annoiarsi davvero, costantemente immersi tra smartphone, social e contenuti digitali. Ed è probabilmente una riflessione che la società dovrebbe affrontare con maggiore coraggio.
Ma questo è un altro tema.
Qui la domanda è diversa: siamo sicuri che anche il breaking debba contribuire a riempire, in questa età, ogni spazio dell'infanzia con allenamenti, trasferte, prestazioni e aspettative? Oppure può continuare a essere uno dei luoghi nei quali un bambino cresce, sperimenta e si diverte senza sentirsi continuamente giudicato dal risultato?
Cosa ci dice la ricerca
Le riflessioni che emergono osservando le categorie Under 10 non nascono soltanto da impressioni personali.
Nel 2016 NBA e USA Basketball hanno pubblicato linee guida ufficiali nelle quali viene esplicitamente sconsigliata la specializzazione sportiva precoce e viene raccomandato di evitare percorsi focalizzati esclusivamente sulla performance prima dei 14 anni.
L'obiettivo era semplice: ridurre il rischio di burnout, sovraccarico psicologico, infortuni e abbandono precoce dello sport.
Anche l'American Academy of Pediatrics sostiene che la specializzazione anticipata non rappresenti la strada ideale per la maggior parte dei bambini e che il gioco libero e la diversificazione delle attività costituiscano elementi fondamentali per lo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda il fatto che molti atleti di altissimo livello non si sono specializzati durante l'infanzia.
Al contrario, numerose ricerche mostrano come l'esposizione a esperienze motorie diversificate favorisca una crescita più completa e, in molti casi, anche risultati migliori nel lungo termine.
In altre parole, la ricerca non suggerisce che per diventare eccellenti sia necessario iniziare a vivere come professionisti a nove anni.
Spesso suggerisce esattamente il contrario.
Sarebbe però intellettualmente disonesto ignorare un aspetto fondamentale. Alcune competenze del breaking, in particolare le powermove, vengono spesso apprese più facilmente durante l'infanzia. Peso corporeo ridotto, mobilità, capacità di apprendimento motorio e assenza di particolari paure rendono gli anni dell'infanzia una fase estremamente favorevole all'acquisizione di molti elementi tecnici.
La domanda quindi non è se i bambini debbano allenarsi. La risposta è ovviamente sì.
La domanda è un'altra: per imparare un airflare a nove anni è davvero necessario vivere già dentro una logica di battle, pressione internazionale, aspettative e risultati?
Oppure è possibile sviluppare le stesse competenze tecniche all'interno di un ambiente che continui a mettere al centro il gioco, la scoperta e la crescita del bambino?
Le domande sulle categorie Under 10
Ed è qui che arriviamo al punto centrale.
I bambini possono e devono allenarsi, imparare, migliorare e persino gareggiare. Ma una cosa è allenare una skill. Un'altra è costruire una cultura della prestazione che trasforma il bambino in un atleta professionista in miniatura.
Siamo davvero sicuri che categorie altamente competitive Under 10 rappresentino il modello migliore per il futuro del breaking?
Siamo sicuri che bambini di otto, nove o dieci anni abbiano bisogno di pressione da risultato e aspettative sempre più elevate?
Oppure sarebbe più opportuno immaginare percorsi nei quali, almeno fino ai 12 anni, il breaking resti prevalentemente uno spazio di gioco, creatività, scoperta e confronto tra coetanei?
Non stiamo parlando di abbassare il livello tecnico.
Non stiamo parlando di impedire ai bambini di esprimere il proprio talento.
Stiamo parlando di una questione diversa.
Stiamo parlando di capire se il compito di un bambino sia diventare il migliore possibile il prima possibile.
Oppure crescere nel modo più sano possibile, per poi esprimere quel talento nel corso della vita.
Una domanda per il futuro del breaking
Il World Kidz Breaking Champion rimane un evento straordinario.
Lubiana ci ha mostrato il meglio che il breaking giovanile mondiale sia oggi in grado di esprimere.
Ma ci ha anche ricordato che il successo di una disciplina non può essere misurato soltanto dalla qualità dei suoi campioni più giovani.
Forse la vera domanda è un'altra.
Vogliamo creare campioni o fenomeni da social a nove anni?
O vogliamo creare persone che continueranno ad amare il breaking a venti, trenta e quarant'anni?
Perché il breaking è nato come espressione, comunità e libertà.
E ogni volta che osserviamo un bambino entrare in un cerchio dovremmo chiederci una cosa molto semplice.
Stiamo proteggendo la sua crescita.
Oppure stiamo accelerando il suo futuro?