Dal 1° settembre su Netflix arriva "Untold Raygun: Breaking Badly", il documentario della serie Untold su Rachael Gunn, la b-girl australiana diventata il simbolo (suo malgrado) del debutto olimpico del breaking. Ne approfittiamo per fare i conti con quello che è successo davvero a Parigi 2024, e con quello che dice sulla nostra scena.
L'immagine che ha raccontato tutto
C'è un fotogramma che, più di ogni altro, ha definito l'ingresso del breaking alle Olimpiadi. Non è un power move spettacolare. Non è un freeze impossibile. Non è nemmeno una medaglia. È una donna che salta come un canguro, rotola sul pavimento, si rialza e continua a ballare — mentre dall'altra parte dello schermo milioni di persone cercano di capire cosa stanno guardando.
Quella donna è Rachael Gunn. Per il mondo diventerà Raygun. E quella performance, in pochi minuti, trasforma una b-girl australiana in uno dei personaggi più discussi dei Giochi di Parigi 2024.
Cosa racconta il documentario
Il titolo non lascia dubbi sul taglio: "Breaking Badly" gioca apertamente sul disastro mediatico. Ma dietro il titolo c'è una storia più stratificata di quanto i meme abbiano mai raccontato. Il doc segue Gunn dalla sua esibizione a La Concorde fino a oggi, con un focus dichiarato non tanto sulla performance in sé quanto su quello che è arrivato dopo: la valanga di meme, le teorie del complotto, la disinformazione che ha travolto lei, suo marito, la sua famiglia e, di riflesso, tutta la comunità breaking.
I fatti, per chi si fosse perso il 2024: Gunn, allora 36enne, docente universitaria e dottoressa in cultural studies con focus proprio sul breaking e sull'hip-hop, si qualifica per le Olimpiadi vincendo gli Oceania Breaking Championships nell'ottobre 2023. A Parigi perde tutte e tre le battle del girone — contro Logan Edra (USA), Sya Dembele (Francia) e Dominika Banevič (Lituania) — senza prendere un punto da nessuno dei nove giudici. Score finale: 0-54. Tra le sue mosse, il famigerato "salto del canguro" che in poche ore diventa materiale virale globale, imitato ovunque, persino da Rachel Dratch nel monologo di apertura del Tonight Show di Jimmy Fallon.
Nel trailer, Gunn racconta di essere arrivata ai Giochi già in ansia. Prima di Parigi ne aveva parlato con la sua terapeuta, che le aveva chiesto cosa temesse di peggio. La sua risposta, quasi profetica: che il mondo intero potesse ridere di lei. È esattamente quello che è successo.
Lo scontro che ha spaccato la community
Qui la storia smette di essere solo gossip da social e diventa un caso identitario per il breaking. Da una parte c'è chi ha letto la performance di Gunn come un tradimento della disciplina: il breaking nasce nel Bronx degli anni '70, dentro la cultura hip-hop afroamericana e latina, fatta di power move, footwork tecnico, freeze impossibili. Vederlo rappresentato alle Olimpiadi — la vetrina più grande possibile — da una performance giudicata debole tecnicamente e da una donna bianca accademica ha riacceso un dibattito mai sopito su chi ha davvero titolo a rappresentare questa cultura sul palco più alto. Lei stessa, nel materiale promozionale del documentario, sintetizza la propria posizione scomoda con una battuta amara su di sé: essere allo stesso tempo una donna bianca, un'accademica e una b-girl.
Dall'altra parte c'è quello che ha subito Gunn: non critica tecnica, ma linciaggio. Una petizione online — arrivata a circa 40.000 firme — ha chiesto un'indagine ufficiale sulla sua qualificazione olimpica, oltre a un audit sulle sue attività professionali e a scuse pubbliche. La petizione sosteneva, tra le altre cose, che Gunn avesse fondato lei stessa l'ente che ha gestito la sua qualificazione e che suo marito, Samuel Free, fosse stato giudice nell'evento che l'ha selezionata. Il Comitato Olimpico Australiano ha smentito punto per punto: l'evento di qualificazione a Sydney (ottobre 2023) è stato organizzato dalla federazione internazionale WDSF, approvata dal CIO, con una giuria di nove giudici internazionali indipendenti — nessun australiano tra loro, quindi nessun conflitto d'interesse possibile. Anche l'agenzia di fact-checking australiana AAP ha certificato come false le accuse sul marito giudice. Nessuna delle teorie, va detto con chiarezza, si è mai rivelata fondata.
Gunn, in più interviste tra il 2024 e il 2025, ha parlato di un livello di odio che non si aspettava e che ha definito "devastante" — rivolto non solo a lei ma anche al marito, alla crew, alla comunità breaking e street dance australiana, alla famiglia. A fine 2024 ha annunciato il ritiro dalle competizioni, proprio per non esporsi più a quel tipo di attenzione.
Chi era davvero Raygun prima di Parigi
Un dettaglio che i meme hanno cancellato: Rachael Gunn non è arrivata alle Olimpiadi per caso. Insegnava media e cultura popolare alla Macquarie University di Sydney (ha lasciato l'incarico accademico all'inizio del 2026, con dimissioni volontarie, per dedicarsi a conferenze e formazione). Il suo percorso di danza parte da jazz, tip tap e danze da sala, prima di arrivare al breaking. È un identikit atipico rispetto alla scena, ma la qualificazione, sul piano regolamentare, è stata verificata e confermata in ogni suo passaggio: nessuna scorciatoia, nessun favore, come hanno chiarito sia l'AOC sia il fact-check indipendente.
Il caso della classifica mondiale: il paradosso WDSF
C'è un capitolo della vicenda che pochi hanno seguito fuori dagli addetti ai lavori, ed è probabilmente il più clamoroso. Settimane dopo il disastro di Parigi, la classifica mondiale del breaking femminile pubblicata dalla World DanceSport Federation (WDSF) — l'ente che governa la disciplina a livello Olimpico — mette Raygun al primo posto assoluto. Zero punti a Parigi, prima al mondo sulla carta.
La spiegazione tecnica: il ranking si basa sui quattro migliori risultati ottenuti nei 12 mesi precedenti, escludendo esplicitamente Olimpiadi e le tappe di qualificazione di Shanghai e Budapest. Con il calendario 2023-24 svuotato di eventi ranking per lasciare spazio alla preparazione olimpica, molti atleti si sono ritrovati classificati sulla base di un singolo risultato. Per Gunn, quel risultato erano i 1.000 punti dell'oro Oceania.
Zack Slusser, vicepresidente di Breaking for Gold USA, ha usato parole durissime contro la WDSF, sostenendo che la federazione non ha reale credibilità agli occhi della community dei breaker e che gli atleti hanno partecipato ai suoi eventi solo per accumulare punti utili alla qualificazione olimpica, non perché li considerassero eventi culturalmente rilevanti. È una critica che va dritta al cuore del problema: un sistema di ranking pensato da una federazione sportiva si è scontrato con una disciplina che vive di eventi, jam e battle organizzate da chi il breaking lo pratica da dentro, non da un ente esterno.
La difesa dei giudici e il paradosso del "fare bene facendo male"
Martin Gilian, in arte MGbility, capo giudice della competizione olimpica di breaking, è intervenuto pubblicamente in difesa di Gunn, spiegando che lo zero in classifica non va letto come un giudizio sul suo valore come performer, ma come il risultato di un sistema di giudizio comparativo: contro avversarie che dominavano sui power move, la sua proposta — più concettuale, giocata su originalità e riferimenti come il celebre "salto del canguro" — semplicemente non reggeva il confronto tecnico. Il breaking, ha ricordato, premia chi porta qualcosa di nuovo, e su questo piano Gunn aveva fatto esattamente quello che ci si aspetta da un breaker: rischiare con la propria identità artistica. Anche breaker affermati come il neozelandese Dujon Cullingford si sono schierati pubblicamente dalla sua parte, contestando chi giudicava la vicenda dall'esterno senza reale competenza tecnica sulla scena oceanica.
È lo stesso argomento usato dal Primo Ministro australiano, che l'ha elogiata pubblicamente per essersi messa in gioco, e dalla stessa Gunn, che ha sempre rivendicato la scelta come consapevole: sapeva di non poter competere sulla potenza fisica con ventenni allenate su quel terreno, e ha scelto di giocarsi la carta della creatività, sapendo il rischio che comportava.
Da Rachael a Raygun: quando il personaggio cancella la persona
C'è un passaggio del trailer Netflix che dice più di mille articoli: Gunn che si interroga apertamente su chi sia diventata — se sia ancora Rachael, o se ormai esista solo Raygun. È il cuore vero della vicenda, più della battle persa in sé. Una cosa è perdere una competizione: capita, si torna ad allenarsi, si riprova. Un'altra cosa è diventare un fenomeno globale nel giro di ore, con ogni singolo movimento isolato, rallentato, ripetuto, parodiato, trasformato in una battuta da milioni di persone che il breaking non l'hanno mai visto una volta dal vivo.
È una dinamica che dice qualcosa su di noi, non solo su di lei: quanto sia facile, oggi, trasformare una persona in una storia semplice da consumare — molto più facile che fermarsi a chiedersi cosa si stia davvero guardando.
Il vero nodo: chi decide cos'è breaking "vero"
Il punto interessante, per chi vive questa cultura da dentro, non è se Raygun fosse "brava" o no — sul livello tecnico i giudici hanno già dato un verdetto netto, 0 punti su 54 disponibili parla chiaro, e lei stessa lo ammette senza problemi. Il punto è un altro: cosa succede quando una disciplina nata nella strada, nei cypher, nelle jam, viene infilata dentro un sistema di giudizio olimpico fatto di criteri codificati, punteggi, format da torneo, gestito da una federazione che arriva dal mondo del ballo sportivo e non dalla cultura hip-hop?
Il breaking ha sempre convissuto con una tensione tra due anime: quella competitiva, fatta di battle, giudici, criteri tecnici — e quella culturale, fatta di originalità, storytelling, personalità, rischio, appartenenza a una storia precisa nata nel Bronx. Raygun ha scelto (dichiaratamente) di puntare tutto sulla seconda, sapendo di non poter competere sui power move con avversarie più giovani e più forti fisicamente. È stata una scelta legittima? Una scommessa persa? Un fraintendimento di cosa fossero davvero le Olimpiadi? Il paradosso della classifica WDSF che la mette al primo posto mondiale nonostante lo zero suggerisce che il problema non era solo lei: era l'intero impianto di valutazione, mai davvero digerito dalla community stessa.
Va anche detto con chiarezza, per correttezza: l'esclusione del breaking dal programma di Los Angeles 2028 non è una conseguenza della performance di Raygun — la decisione era già stata presa prima di Parigi. Ma il paradosso resta tutto: il breaking ha avuto il suo unico momento olimpico, e quel momento è stato accompagnato da una delle più grandi tempeste mediatiche mai vissute da una disciplina di danza.
Perché ne parliamo qui
Raygun è diventata, senza volerlo, il caso studio perfetto di cosa succede quando una sottocultura underground viene catapultata sotto i riflettori mainstream senza filtro: virale in poche ore, ridotta a meme, giudicata da milioni di persone che il breaking non l'hanno mai visto una volta in una jam vera. Il documentario Netflix arriva due anni dopo, col vantaggio della distanza, e prova a restituire complessità a una storia che i social avevano ridotto a una barzelletta — attraversando la distanza tra l'atleta e il meme, tra Rachael e Raygun, tra il breaking reale e il breaking che il grande pubblico ha creduto di vedere.
Vale la pena guardarlo il 1° settembre, non tanto per rivivere l'imbarazzo del salto del canguro, ma per capire meglio quanto sia fragile — e quanto valga la pena difendere — lo spazio tra cultura di strada e visibilità globale. Il breaking, comunque vada questa storia, continuerà nelle battle, nelle palestre, nelle strade, nei contest: non è mai nato per appartenere alle Olimpiadi, ma a chi lo vive.