Lettera Aperta

Lettera Aperta

Questa volta editoriale lo fa un nostro lettere di cui pubblichiamo integralmente la mail ricevuta.

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Ciao Breakdance Italia,
ti scrivo dopo aver partecipato a un workshop da cui mi aspettavo una cosa semplice: parlare di breaking. Studiare breaking. Entrare a fondo nella disciplina che vivo ogni giorno. Invece, ancora una volta, mi sono ritrovato davanti alla solita storia delle quattro discipline, ripetuta come se fosse una verità intoccabile, e alla solita critica contro la “commercializzazione” del breaking, quasi fosse una minaccia alla purezza della cultura.

È qui che, per la prima volta, mi è scattato qualcosa.
Perché mentre ascoltavo quel discorso, guardavo la realtà concreta che avevo davanti: insegnanti che, giustamente, venivano pagati per insegnare; un workshop che richiedeva un pagamento per partecipare; persone che creano abbigliamento e lo vendono; organizzatori di battle che chiedono una tassa d’iscrizione; scuole che mettono quote mensili. Tutto legittimo, tutto giusto. Ma allora perché dipingere come “venduti” quelli che fanno esattamente la stessa cosa su un piano più grande? Perché attaccare Red Bull, che ha dato visibilità mondiale, opportunità di carriera, professionalizzazione, quando nel proprio piccolo tutti monetizzano sul breaking? Non è ipocrisia: è una distorsione culturale che non ci permette di guardare la realtà in faccia.

Mentre ero in quel workshop, circondato da ragazzi che volevano semplicemente migliorare nel breaking, mi è diventato chiaro che il problema non è la “commercializzazione”—il problema è che continuiamo a raccontarci una storia che non regge più. Una storia che ci riporta sempre alle quattro discipline come se fossero un pacchetto inseparabile, quando la storia reale dice altro e il presente dice ancora di più.

Oggi chi vive il breaking seriamente è, nei fatti, un artista-atleta. Basta guardare chi domina la scena mondiale: tutti seguono programmi di allenamento da sportivo di alto livello. Forza, mobilità, esplosività, tecnica ripetuta con rigore, fisioterapia, alimentazione controllata. Nessuno di loro arriva a quel livello perché conosce tutte e quattro le discipline. Arrivano lì perché vivono il breaking con metodo, professionalità, visione, dedizione quotidiana. Quello è il mondo reale. E non ha nulla a che fare con la retorica nostalgica ripetuta a voce alta per difendere una purezza che nella pratica nessuno vive davvero.

E qui c’è il punto che vorrei davvero portare nel dibattito: se è legittimo che ognuno monetizzi il proprio lavoro, se è legittimo che il breaking diventi professione, perché continuiamo a usare la parola “commercializzazione” come minaccia? Perché continuiamo a far finta che la cultura sia incompatibile con la crescita? Perché attaccare chi dà opportunità, quando nessuno rifiuta l’opportunità di essere pagato per insegnare, organizzare, vendere o creare progetti? Non sarebbe più onesto e utile accettare che il breaking di oggi vive in un mondo nuovo, con dinamiche nuove, e che questo non cancella la cultura ma la evolve?

La comunità, quella vera, non nasce dall’imposizione delle quattro discipline. Nasce dallo stare insieme negli allenamenti, nelle battle, nei progetti condivisi. Nasce dalle persone, non dai dogmi. Il breaking ha valori suoi: disciplina, originalità, confronto, espressione personale. E questi valori sono vivi oggi più che mai. Sono loro a creare cultura, non la fedeltà cieca a un modello culturale costruito quarant’anni fa in un contesto totalmente diverso.

 

Quando sento dire che per essere “completi” dovremmo rappare, fare graffiti o DJing, mi viene spontaneo chiedermi chi lo decida davvero. Perché un breaker dovrebbe sentirsi incompleto se non rappa, quando un rapper non si sente certo incompleto se non fa headspin? Perché un writer dovrebbe essere considerato più “hip hop” di un b-boy solo perché usa una bomboletta, mentre un dancer dovrebbe sentirsi in dovere di fare mille cose diverse per dimostrare appartenenza? La verità è semplice e sotto gli occhi di tutti: le discipline sono sempre nate parallele, non fuse. Si sono incontrate nelle stesse strade e negli stessi spazi, non come parti obbligatorie di un unico percorso formativo.

Quella famosa definizione delle quattro discipline non nasce come una regola eterna, ma come una costruzione culturale nata negli anni ’80 per dare identità e coesione a un movimento giovane, frammentato, bisognoso di riconoscibilità. Era un modo per farsi ascoltare dal mondo, non una dottrina da applicare per i decenni successivi. Ed è proprio per questo che l’insistenza odierna appare anacronistica: non è un tributo alle radici, ma una loro interpretazione irrigidita.

La comunità, quella sì che è fondamentale. La condivisione, il rispetto, lo stare insieme: questa è la parte più autentica della cultura. Ma la comunità esiste perché viviamo gli stessi spazi, non perché facciamo tutti la stessa lista di discipline. Il breaking porta con sé valori propri, una pedagogia implicita, un linguaggio corporeo che parla più di mille discorsi. È già un mondo ricco, complesso, con identità e storia proprie. Non c’è bisogno di costringerlo in una struttura che non gli appartiene più. Continuare a ripetere che “va riportato alle quattro discipline” significa chiudere gli occhi davanti a un’evoluzione che è sotto gli occhi di chiunque frequenti una sala d’allenamento o guardi una battle contemporanea.

Ti scrivo perché amo il breaking, perché lo vivo e ci credo. E proprio per questo vorrei che la nostra scena fosse capace di guardare al futuro senza paura di riconoscere che alcune idee del passato non ci parlano più come prima. Possiamo rispettare la storia senza essere prigionieri della storia. Possiamo essere comunità senza essere costretti alla multidisciplinarità. Possiamo essere arte e atleti, insieme, senza dover giustificare ogni passo con categorie vecchie di quarant’anni.

In quell’aula mi sono reso conto che, se non si apre un dibattito, continueremo a parlare del breaking del passato invece di costruire quello del futuro. Continueremo a ripetere slogan che non corrispondono più alla pratica. Continueremo a giudicare con categorie vecchie chi invece sta portando la disciplina avanti. E continueremo a chiamare “commerciale” ciò che in realtà è professionale.

Il breaking merita una discussione vera, adulta, onesta.
Merita che si riconosca la sua evoluzione.
Merita libertà, non nostalgia.
E noi breaker meritiamo di sentir parlare di breaking quando partecipiamo a un workshop di breaking.

Grazie per l’ascolto.
Spero che queste parole possano aprire davvero una riflessione.
Una riflessione necessaria, perché il futuro della disciplina non si costruisce ripetendo il passato, ma comprendendolo.

Un saluto da chi ama davvero questa meravigliosa arte

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